Agent of Happiness: presentato in anteprima al Sundance Film Festival e nei cinema grazie a Wanted, con il patrocinio di Unione Buddhista Italiana e CAI – Club Alpino Italiano, un documentario poetico e profondamente umano che conduce lo spettatore nel cuore del Bhutan, il Paese che ha fatto della Felicità Interna Lorda il proprio principio guida.
Agent of Happiness – Il Bhutan e la felicità è molto più di un documentario dedicato a uno dei paesi più enigmatici del pianeta ma bensì una riflessione filosofica sull’eterno anelito umano di attribuire un senso all’esistenza e sul paradosso di voler misurare ciò che per sua natura sfugge a ogni definizione. L’assunto di partenza di Agent of Happiness, che ha reso il Bhutan noto in tutto il mondo, è il fatto che questo è l’unico paese conosciuto che ha fatto della Felicità Interna Lorda (Gross National Happiness) il parametro simbolo del proprio sviluppo, contrapponendolo alla tirannia del PIL. Utilizzando quindi come espediente narrativo una rilevazione nazionale svolta per il conto del governo nasce un road movie intimo che intreccia il destino dei protagonisti con quello delle persone che incontra lungo il cammino e attraverso il quale i registi trasformano il concetto della misurazione della felicità in un viaggio capace di disvelare che i problemi fondamentali dell’umano sono eterni e universali ad ogni latitudine.
La scelta di seguire gli incaricati della Felicità Interna Lorda è già di per sé un’intuizione narrativa di grande efficacia grazie alla quale quella che potrebbe apparire come una semplice indagine statistica si rivela presto una riflessione sulla immane difficoltà di trasformare l’esistenza in una misura quantitativa. Ogni questionario compilato diventa infatti la narrazione di una vita, una confessione involontaria. Ogni risposta apre un orizzonte di dubbi, ogni volto ricorda che la felicità appartiene alla sfera dell’esperienza e non a quella della misurazione. In questo contesto il Bhutan diventa una metafora attraverso cui interrogare l’intera società contemporanea dominata dalla produttività e dalla misurazione e il documentario uno strumento attraverso il quale interrogarsi relativamente alla capacità di riconoscerla quando si manifesta nelle forme più ordinarie. Qui il Bhutan non rappresenta tanto un modello sociale da celebrare ma un laboratorio esistenziale nel quale si confrontano due visioni del mondo. Quella quantitativa, che tenta di tradurre la vita in indicatori, e quella qualitativa, che si arrende all’irriducibilità dell’esperienza umana. Il cuore del documentario è quindi la tensione tra il dato e l’individuo nel quale l’atto burocratico si trasforma in un percorso esistenziale nel quale anche gli stessi rilevatori finiscono per interrogarsi sulla propria vita scardinando progressivamente il concetto di felicità come un valore misurabile, ma come una ricerca continua, fragile e contraddittoria.
Il film evita accuratamente la trappola dell’esotismo e della celebrazione acritica al contrario, segue con delicata ironia gli incaricati del censimento della felicità mentre attraversano villaggi remoti e centri urbani. Non vi è alcuna retorica della serenità himalayana, né la tentazione di presentare il Bhutan come un’utopia incontaminata al contrario, emergono le tensioni di una società attraversata dalla modernizzazione, dall’emigrazione, dalle aspettative economiche e dalle inevitabili contraddizioni della contemporaneità. La macchina da presa osserva senza giudicare i silenzi, gli sguardi e le pause dei suoi protagonisti che diventano eloquenti quanto le risposte. Ogni incontro diventa un’occasione per mettere in discussione l’idea stessa di felicità identificata in mille modi diversi quali la serenità spirituale, la stabilità economica, l’amore, la possibilità di immaginare un futuro diverso. Ne emerge un mosaico di esistenze che sfugge a qualsiasi statistica che evita di fornire risposte definitive preferendo lasciare emergere il paradosso di un paese che ha fatto della felicità un principio politico senza dimenticare che essa rimane, inevitabilmente, un’esperienza intima, mutevole e irriducibile a qualsiasi indice.
L’opera è solo apparentemente minimale ma dialoga in realtà con la lunga tradizione filosofica del pensiero occidentale e orientale. Da un lato vi è infatti la tradizione illuminista dominata dalla razionalità che tende a vedere ogni fenomeno come conoscibile, classificabile e misurabile, dall’altro emerge una concezione della vita che riconosce l’esistenza di una dimensione irriducibile al calcolo. Il documentario sembra così mettere in scena il confronto tra due paradigmi fondamentali ossia quello della quantità e quello del significato; nel quale risuonano anche l’eco di Aristotele (per il quale l’eudaimonia non coincide con il perseguimento del piacere momentaneo ma con la realizzazione piena della propria esistenza) e si percepisce la lezione del buddhismo (con l’invito a riconoscere l’impermanenza di ogni stato emotivo e a non trasformare la felicità in un possesso). Nella sua semplicità il film finisce inoltre per incontrare idealmente alcune delle riflessioni più attuali della filosofia contemporanea. Byung-Chul Han in primis, che ha descritto la società della prestazione, nella quale ogni individuo è chiamato a ottimizzare costantemente sé stesso, fino a trasformare perfino la felicità in un obiettivo produttivo ma anche inevitabilmente Zygmunt Bauman, che ha raccontato come nessuno il concetto della modernità liquida nella quale ogni certezza si dissolve e anche il benessere diventa un’esperienza precaria sempre rimandata al consumo successivo.
In buona sostanza più che raccontare il Bhutan, Agent of Happiness – Il Bhutan e la felicità racconta il nostro bisogno di dare un significato all’esistenza, invita a rallentare, ad ascoltare e a mettere in discussione le metriche con cui valutiamo il successo e il benessere. Un’opera delicata, intelligente e sorprendentemente universale, che dimostra come il miglior cinema documentario non offra certezze ma domande destinate a restare.
Agent of Happiness – Il Bhutan e la felicità sarà nei cinema dal 16 luglio 2026 grazie a Wanted Cinema con il patrocinio di Unione Buddhista Italiana e CAI – Club Alpino Italiano.
Regia: Arun Bhattarai, Dorottya Zurbó Sceneggiatura: Arun Bhattarai, Dorottya Zurbó Durata: 95 minuti Anno: 2025 Paese: Ungheria, Repubblica Ceca, Stati Uniti, Bhutan Distribuzione: Wanted Cinema