“Cime tempestose”: arriva in sala per il San Valentino 2026 quella che è senza dubbio una delle trasposizioni più discusse di sempre del celebre romanzo gotico di Emily Brontë, diretto dalla audace Emerald Fennell che dimostra abilità nel mescolare la tragedia romantica con un’estetica e una narrazione decisamente contemporanee.
Una strordinaria quantità di polemiche ha preceduto l’arrivo in sala, previsto per San Valentino, dell’ultima fatica della eclettica regista britannica Emerald Fennell che ha diviso il pubblico prima ancora dell’uscita ufficiale a seguito del rilascio del trailer. In primis hanno scatenato perplessità della accanita fanbase di Wuthering Heights sicuramente le scelte estetiche dalle declinazioni pop della pellicola, in particolare relative ai costumi di Margot Robbie, ritenute troppo colorate e non in linea con l’estetica ottocentesca. Molte critiche hanno puntato il dito contro la stessa scelta della Robbie, troppo “adulta” troppo bionda e troppo straripante di vitaminica salute, per rappresentare una Catherine che nel romando è cagionevole, bruna, e appena uscita dall’adolescenza. Similmente Jacob Elordi è stato ampiamente blastato in quanto troppo bello e troppo chiaro per rappresentare lo “zingaro” Heathcliff . Infine molti hanno criticato le numerose licenze di trama che deviano in parte dalla trama originale e restringono l’arco temporale, determinando secondo alcuni una fatale mancanza di rispetto nei confronti della complessità di un’opera letteraria oggettivamente monumentale oltre che iconica.
Cime tempestose è senza dubbio una di quelle opere che la esplori più diventa una specie di sogno oscuro pieno di simboli, impossibile infatti non guardare alla produzione della sua autrice senza l’ottica del simbolismo di cui è intrisa. Quando pensiamo al simbolismo e a Emily Brontë le due cose diventano inscindibili per un romanzo che sembra scritto direttamente dall’inconscio collettivo.
In primisi è estremamente evocativa la brughiera dello Yorkshire nella quale sorge Wuthering Heights che non può essere visto solo un paesaggio letterario ma come uno vero e proprio spazio psichico inconscio fatto di natura primordiale, libertà selvaggia, passioni non addomesticate. Un ambiente che si scontra brutalmente con la tenuta di Thrushcross Grange tutta luce, ordine, eleganza nella quale Io sociale entra a patti con una civiltà fatta di cultura, norme sociali e repressione emotiva. Nell’ambientazione selvaggia e ventosa di Wuthering Heights crescono liberi e selvaggi, pur tastando già le esprezze della vita, Catherine e Heathcliff bambini, due metà della stessa psiche. Agli antipodi eppure una cosa sola, una unità dalla traggono una straordinaria energia che li rende convinti di essere assolutamente invincibili.
“Io sono Heathcliff.”
Catherine in “Cime Tempestose”
In un’ottica junghiana se Catherine è una meravigliosa immagine dell’anima. Ha la straordinaria intuizione che la sua individuazione passa attraverso Heathcliff ma non riesce a viverla pienamente nella realtà sociale. Un’anima che fatica ad integrarsi nella società e per questo paga un prezzo altissimo. Dal canto suo Heathcliff è quasi un manuale vivente dell’Ombra. Selvaggio da principio, diabolico in seguito tanto quanto lo è la psiche traumatizzata e non riconosciuta. Disperato per essere stato espulso dall’amore finisce per essere posseduto da ciò che non è stato integrato. Heathcliff non soffre soltanto, diventa strumento dell’Ombra e perde qualsiasi forma di empatia.
Separati e infelici entrambi finiscono in una spirale autodistruttiva vittime della scissione psichica di cui sono protagonisti. Catherine è essa stessa consapevole di non essere nulla senza Heathcliff e vive lo straziante dramma di un io che ha rifiutato il suo inconscio e vive l’aridità di una vita che ha negletto la sua parte più preziosa.
Premesso che a nostro avviso è comune che il mettere mano cimatograficamente ad un’opera di culto sia inevitabilmente un processo accompagnato da uno strascico di polemiche di stuoli di fan che sbraitano inferociti ogni qual volta si devii dal film mentale che ciascuno si è fatto leggendo e amando l’opera, va sottolineato che è pieno diritto di un autore fare nella sua opera una serie di scelte stilistiche nette. In questo caso le libertà artistiche si traducono in una colonna sonora moderna e costumi non sempre aderenti all’epoca storica, scelte a nostro avviso lecite se funzionali a veicolare dei messaggi specifici. In questo caso abbiamo veramente apprezzato l’estetica imponente, in effetti a tratti molto lontana da ciò che siamo abituati a pensare in relazione ad un dramma ottocentesco, che rappresenta però fulgidamente lo sfavillante scintillio attraverso il quale può venire corrotta l’anima nel suo processo di individuazione che è una delle tematiche simboliche fondamentali dell’opera.
La Fennell consapevole della difficoltà di rappresentare adeguatamente la portata emotiva di una saga che abbraccia così tanti personaggi rinuncia a tutta la parte relativa alla seconda generazione, come fù anche per la versione del 1939 di William Wyler, che priva la narrazione degli sviluppi più positivi e delle indicazioni risolutive di questo conflitto psichico in ottica simbolica. La regista punta invece nell’incarnare lo spirito selvaggio, brutale e sessuale del testo di Brontë tanto quanto lo strazio emotivo di una psiche che nell’integrarsi nella società rinuncia alla parte più importante di sé stessa.
La talentuosa regista di Una donna promettente (2020) e Saltburn (2023) fornisce inoltre una delle chiavi di lettura della pellicola mettendo in bocca alla eterea Isabella, che sta parlando di Romeo e Giulietta, quanto a suo avviso sia in realtà la dama di compagnia la vera “cattiva” della storia che con i suoi comportamenti manipolatori finisce per causare una serie infinita di morti nel dramma shakespeariano. Una chiave di lettura comprensibile solo in parte perchè in fin dei conti, similmente come in Romeo e Giulietta, sono i compromessi a di scapito degli imperativi profondi dell’anima dei protagonisti a scatenare la tragedia esistenziale della famiglia Lockwood che si propaga per generazioni e generazioni.
Da buona intellettuale della sua generazione inoltre la Fennell sa abilmente pennellare una serie di riflessioni femministe nella pellicola rielaborando una serie di dinamiche disfunzionali in un’ottica decisemente più moderna – quali ad esempio il rapporto fra Heathcliff e Isabella sganciando il femminile dalla posizione di vittima – e portando l’attenzione al desiderio femminile la cui rappresentazione cinematografica è decisamente una conquista dell’ultimo decennio.
Margot Robbie e Jacob Elordi ben rappresentano su grande schermo una emotività viscerale capace di sostenere la crudezza della storia, ma similmente straordinari sono anche i piccoli attori che rappresentano Heathcliff e Catherine da bambini (Owen Cooper – protagonista di Adolescence – e Charlotte Mellington) la cui intensità dello sguardo ci ha più volte portati alle lacrime durante la visione.
In buona sostanza questa ultima trasposizione cinematografica è senza dubbio la più audace stilisticamente di quelle che hanno approcciato il dramma della nostra amata Emily Brontë. Spettacolare dal punto di vista estetico ma sicuramente la meno fedele dal punto di vista letterario pur rimanendo comunque ad altissimo tasso emotivo. Simbolica, moderna e provocatoria, “Cime Tempestose” (le cui virgolette preannunciano ironicamente la presa di distanza dall’opera) è il must cinematografico da non perdere per questo complicato inizio di 2026.
“Cime tempestose” vi aspetta al cinema dal 12 febbraio 2026 grazie a Warner Bros.
Regia: Emerald Fennell Sceneggiatura: Emerald Fennell Con: Margot Robbie, Jacob Elordi, Charlotte Mellington, Owen Cooper, Hong Chau, Vy Nguyen, Shazad Latif, Alison Oliver, Martin Clunes, Ewan Mitchell Paese: USA, UK Durata: minuti Anno: 2026 Produzione: Warner Bros. Pictures, MRC, Lie Still, LuckyChap Entertainment Distribuzione: Warner Bros.