Labyrinth Bestiary: A 40 esatti dall’uscita dell’iconico film simbolo degli anni ottanta Labyrinth, in uscita la guida definitiva alle straordinarie creature del regno del Re dei Goblin che esplora personaggi iconici e creature inedite, arricchito dalle magnifiche illustrazioni di Iris Compiet, che ampliano l’universo creato da Jim Henson. Un’opera imperdibile per gli appassionati di fantasy, arte e dell’immaginario senza tempo del Labirinto.
Quando uscì nelle sale nel 1986, Labyrinth – Dove tutto è possibile sembrò inizialmente un fallimento. Diretto da Jim Henson, scritto da Terry Jones e prodotto esecutivamente da George Lucas, il film incassò decisamente meno del previsto e ricevette recensioni contrastanti. La vera consacrazione di Labyrinth è avvenuta molto dopo grazie alle videocassette, alle trasmissioni televisive e successivamente a Internet, che hanno contribuito a costruire una comunità di appassionati straordinariamente fedele. A distanza di quarant’anni, è considerato uno dei più influenti cult movie della storia del fantasy.
Ciò che rende Labyrinth unico è la sua natura ambigua, infatti attraverso una struttura di fiaba si nasconde un racconto di formazione, una riflessione sul passaggio dall’infanzia all’età adulta, sulla responsabilità e sul potere dell’immaginazione. Tra le molte interpretazioni di Labyrinth, quella psicoanalitica è probabilmente la più affascinante, un film che sembra infatti costruito come un sogno iniziatico. Il Labirinto non appare tanto come un luogo reale quanto come una rappresentazione della mente di Sarah (Jennifer Connelly). Un paesaggio psichico in cui desideri, paure e conflitti interiori assumono la forma di creature, enigmi e prove. Non soltanto un luogo fisico ma uno spazio mentale in cui ogni creatura che Sarah incontra rappresenta una prova interiore, un aspetto della crescita personale, che Jung definirebbe iniziazioni nel processo di individauzione di una giovene psiche. Un viaggio nell’inconscio in cui i compagni di viaggio di Sarah possono essere letti come parti della sua stessa psiche. Menzione d’onore per il personaggio di Jareth (David Bowie), entrato nell’immaginario collettivo come uno dei personaggi più affascinanti e complessi del cinema fantasy, non è un semplice antagonista ma una figura teatrale, ambigua, minacciosa e seducente che incarna il fascino dell’età adulta, della libertà assoluta e della tentazione di rinunciare alle proprie responsabilità. Una personificazione del desiderio stesso che incarna contemporaneamente il fascino paterno, erotico e narcisistico.
Una profondità simbolica questa che ha permesso al film di essere reinterpretato continuamente dalle nuove generazioni, che vi hanno trovato in esso significati iniziatici, metafora esistenziali e persino una riflessione sul desiderio e sull’identità.
Altrettanto rilevante è l’influenza estetica di Labyrinth sulla cultura contemporanea. Il design delle creature realizzato da Brian Froud ha contribuito a definire l’estetica fantasy moderna affollata di esseri bizzarri, imperfetti, malinconici e profondamente umani. Non a caso molti autori contemporanei, illustratori e game designer riconoscono nell’opera di Henson un modello fondamentale. L’idea di mondi fantastici costruiti come ecosistemi simbolici, abitati da creature dotate di personalità e non semplicemente di funzione narrativa, è diventata una caratteristica di gran parte del fantasy moderno.
Dal portentoso immaginario nato da questo longevo fenomeno culturale S.T.Bende ha costruito un catalogo che è uno specchio umano interiore. Più che un semplice bestiario illustrato Labyrinth Bestiary è infatti un’opera di ermeneutica fantastica, un atlante delle creature nate dall’universo di Labyrinth che trasforma il meraviglioso in linguaggio simbolico. L’autrice non si limita a classificare gli abitanti del regno del Re dei Goblin, ma li interpreta come manifestazioni di stati interiori, paure archetipiche e desideri irrisolti riuscendo a dare al Labirinto la consistenza di un mondo reale, andando oltre il semplice racconto cinematografico e costruendo una vera mitologia autonoma.
In questa prospettiva, ogni creatura assume una funzione allegorica. I goblin, apparentemente caotici e grotteschi, incarnano l’infanzia anarchica e la ribellione alle strutture della razionalità adulta. Figure come Hoggle rappresentano invece la fragilità morale dell’individuo, sospeso tra opportunismo e lealtà; Ludo diventa l’emblema della bontà primordiale, mentre Sir Didymus personifica l’eroismo cavalleresco ridotto a caricatura affettuosa. Il merito maggiore di Bende consiste proprio nell’aver recuperato una tradizione antica del bestiario medievale, come nei codici miniati del Medioevo, nei quali gli animali fantastici non sono studiati per il loro valore zoologico ma per il loro significato morale e spirituale. Il Labirinto diventa così una geografia della psiche e un luogo in cui ogni incontro costringe il viaggiatore a confrontarsi con una parte di sé prorio come Dante fa nel suo celebberrimo viaggio nell’inferno.
Questa lettura simbolica si avvicina sorprendentemente alla poetica di Guillermo del Toro, che non a caso ha espresso apprezzamento per l’opera. La sua infatti è una cinematografia costruita sull’idea che il mostro sia una forma incontestabile di verità interiore e che le creature fantastiche siano spesso più umane degli uomini. Il fantastico non come fuga dalla realtà ma come strumento per penetrarla più a fondo, la stessa concezione che anima Labyrinth Bestiary che costruisce un catalogo delle creature che non serve a descrivere l’altrove, bensì a illuminare ciò che abita dentro di noi.
Un libro che realizza un’operazione rara, restituisce dignità mitologica a personaggi che il cinema aveva consegnato soprattutto alla memoria visiva. Le illustrazioni di Compiet evocano l’eredità artistica di Brian Froud, ma è la scrittura di Bende a conferire profondità simbolica alle immagini, trasformando ogni scheda in un piccolo racconto iniziatico.
In definitiva, Labyrinth Bestiary non è un libro sul Labirinto ma è il Labirinto stesso in forma cartacea. Un’opera che invita il lettore a perdersi tra creature bizzarre e affascinanti per ritrovare, al centro del percorso, qualcosa di profondamente umano. Come nelle migliori favole, il mostro non è mai soltanto il mostro, è una domanda che attende una risposta. E il vero bestiario, alla fine, è quello della nostra interiorità.
Autore: S.T. Bende Pagine: 160 Anno di pubblicazione: 2026 Editore: Edizioni NPE