Il Diavolo Veste Prada 2: in sala l’attesissimo sequel dell’iconico film che spazia tra New York e l’Italia per tornare a celebrare l’amore per la bellezza e il fashion system.
Ritroviamo vent’anni dopo Andy Sachs giornalista affermata a New York, specializzata in inchieste di alto livello, sicura e rispettata, ha costruito una carriera lontana dall’ombra di Runway. Nonostante una carriera di tutto rispetto è travolta, come tutti i suoi colleghi, dalla brutale ristrutturazione del suo giornale e dalla crisi identitaria globale che coinvolge tutti i mass media mondiali. Circostanze che la costringono a reinventarsi nuovamente dal punto di vista professionale.
Miranda Priestly dal canto suo ha mantenuto saldi la sua autorità e il suo carisma naturale alla Runway ma si trova ad affrontare la crisi più grande della sua carriera. Seppur sempre apparentemente glaciale, viene travolta da uno scandalo pubblico legato allo sfruttamento dei lavoratori nell’ambito della moda e si trova sotto una pressione pubblica ben più forte di tutte quelle che affrontato fino ad ora. Le due si incontrano nuovamente dopo due lustri costrette ad affrontare le inevitabili crisi dei rispettivi settori tra social media, shitstorm mediatiche, greenwashing e sfruttamento. Un incontro che riaccende vecchie dinamiche, ma con un ribaltamento interessante, questa volta Andy non è più lingenua ragazza degli esordi.
Mettere mano al sequel di un film come Il diavolo veste Prada è un’impresa tutt’altro che semplice e non solo per il suo indubbio carattere iconico. Il primo era infatti non solo una satira elegante e riuscita del moda e delle sue idiosincrasie ma soprattutto la efficace summa di un mondo fatto di performativismo, lavoro tossico ed enclavi di potere che sono state sbriciolate come castelli di sabbia dall’era digitale e da una miriade di nuove consapevolezze. Tenuto conto quindi che in due decenni il mondo sembra essersi ribaltato, quantomeno in apparenza, impossibile in questo secondo capitolo non affrontare l’elefante nella stanza della indubbia tossicità del Runway di vent’anni fa che navigava fra molestie lavorative vere e proprie e elitarismo estetico all’ennesima potenza.
Il diavolo veste Prada 2 ambiziosamente azzarda il tentativo di aggiornare la pellicola alle nuove sensibilità, riuscendoci solo parzialmente, visto che molta della esilarante potenza propulsiva del primo capitolo si basava in molta parte proprio sulla rappresentazione degli elementi tossici di questa industria che muove miliardi. Se la rivisitazione 2.0 delle dinamiche tossiche da ufficio, rappresentata da una esilarante Miranda Priestly costantemente tenuta al guinsaglio dalle risorse umane terrorizzate dalla sua indole a dir poco istrionica, di sicuro però il secondo capitolo non fallisce nel rimanere un limpido manifesto di empowerment femminile che restituisce un variegato ventaglio di tipologie di leader in rosa capaci di navigare in un mondo di squali senza però celare in nessun modo gli inevitabili costi personali che questa scelta di vita si porta con sé.
Fra gli indubbi punti di forza di questo secondo capitolo non possiamo inoltre non annoverare il sempiteno carisma di Meryl Streep che rimane una pietra miliare capace di illuminare ogni scena nella quale è presente anche grazie ai dialoghi che mantengono quell’ironia tagliente che ha reso iconico l’originale e alla voluta rivisitazione delle sequenze di culto del primo capitolo che fanno parte dell’inevitabile lavoro di fanservice che una pellicola del genere si porta dietro. Di contro il doppiaggio italiano, non sempre all’altezza, non ha replicato la buona prova del primo capitolo.
Il diavolo veste Prada 2 si propone quindi non è più solo una storia su come sopravvivere ad un capo tossico ma articola una serie di dicotomie che frappongono su potere e integrità, tradizione e cambiamento, successo e significato. Un lavoro ambizioso dal punto di vista del contenuto, viste le innagabili sfide del contemporaneo che a tratti cozzano con le esigenze narrative e cinematografiche, con che si scontra in parte con la difficoltà di mantenere la capacità intrettenitiva all’altezza del primo capitolo. In buona sostanza un sequel che probabilmente funzione più per nostalgia e performance attoriali che per reale necessità narrativa. Sicuramente interessante, ma non pienamente all’altezza dell’originale.
Il Diavolo Veste Prada arriverà nelle sale cinematografiche italiane il 29 aprile 2026.
Regia: David Frankel Soggetto: Lauren Weisberger Sceneggiatura: Aline Brosh McKenna Musiche: Theodore Shapiro Con: Meryl Streep, Anne Hathaway, Emily Blunt, Stanley Tucci, Tracie Thoms, Tibor Feldman, Kenneth Branagh, Justin Theroux, Simone Ashley, Lucy Liu, Patrick Brammall, Caleb Hearon, Helen J. Shen, B. J. Novak Paese: USA Durata: 119 minuti Produzione: Wendy Finerman Productions, Sunswept Entertainment Distribuzione: The Walt Disney Company Italia