Amarga Navidad: Pedro Almodóvar torna al cinema per frequentare il territorio che gli appartiene più intimamente, il dolore trasformato in artificio artistico.
Se il titolo dell’ultima fatica del regista madrileno potrebbe far pensare ad un melodramma natalizio, Amarga Navidad è in realtà un film sul potere ambiguo della finzione. Una pellicola che procede su due binari. Da un lato Elsa, regista pubblicitaria incapace di elaborare la morte della madre e in piena crisi esistenziale, dall’altro Raúl, sceneggiatore in crisi che trasforma i drammi che lo circondano in materia narrativa.
Questo è forse il film più apertamente autoriflessivo di Pedro Almodóvar dai tempi di Dolor y gloria, ma nel quale il gioco metacinematografico è ancora più radicale. Non siamo infatti semplicemente davanti a un racconto sul lutto e sulla crisi creativa ma a una vera e propria matriosca di storie nella quale la distinzione tra vita vissuta, scrittura e rappresentazione cinematografica diventa ad ogni frame più instabile. Almodóvar mette in scena un regista che scrive un film su una donna che forse non esiste se non come proiezione artistica nel quale il cinema diventa specchio deformante, confessione e autoanalisi insieme. Un dispositivo narrativo questo che Almodóvar maneggia con la consueta eleganza formale, ma che a tratti finisce per produrre un effetto straniante nel quale la sofferenza dei personaggi appare continuamente filtrata dalla consapevolezza della scrittura, come se il regista avesse paura dell’emozione diretta e sentisse il bisogno di commentarla mentre accade.
L’aspetto più interessante della pellicola è sicuramente che Almodóvar non usa il metacinema come semplice esercizio intellettuale ma come strumento per mettere sotto processo direttamente se stesso. Raúl ha infatti a tratti attegiamenti manipolatori, incapace di separare l’esperienza personale dalla necessità narrativa, in narrazione che sembra indurre lo spettatore alla riflessione se l’arte giustifichi davvero questa appropriazione emotiva. Uno slittamento di prospettiva che trasforma Amarga Navidad in un’opera sul cinema stesso e una forma di mea culpa sul modo in cui i registi cannibalizzano la propria vita e quella degli altri per trasformarle in racconto. Una forma di autoanalisi nel quale l’autore guarda cristicamente alla propria filmografia, le proprie ossessioni e perfino i propri tic estetici con lucidità spietata.
Visivamente il film resta altamente godibile e inconfondibilmente almodovariano fatto di colori saturi, interni eleganti, melodramma sospeso tra ironia e dolore ma il tutto talmente artefatto che i personaggi sembrano quasi essere consapevoli di essere personaggi. I dialoghi hanno spesso il tono esplicito di una sceneggiatura che si commenta da sola mettendo in scena un gioco con lo spettatore nel quale il cinema che espone i propri meccanismi invece di nasconderli.
Una sfida altamente ambiziosa e sicuramente interessante nella quale il cineasta sembra però guardarsi allo specchio troppo a lungo fino a rimanere prigioniero del proprio riflesso. Nella quale l’autofiction è uno strumento per scavare ma anche un recinto dentro cui Almodóvar finisce per contemplare la propria fragilità artistica di artista navigato che analizza la propria poetica ma che non è pienamente in grado di lasciarla vivere pienamente.
Visivamente, il film resta impeccabile. Gli interni madrileni hanno quella saturazione cromatica ormai proverbiale che fa ormai parte della cifra stilistica di Almodóvar. Lanzarote rappresenta invece un paesaggio mentale più che geografico, nel quale la fotografia di Pau Esteve Birba lavora per sottrazione, lasciando che siano gli oggetti a custodire il peso del lutto e a rappresentare il vuoto necessario al lavoro di un creativo. Alberto Iglesias costruisce una partitura musicale discreta, quasi trattenuta, che evita la ridondanza sentimentale diventando incontenibile in una sola scena nella quale oggettivamente è difficile trattenere le lacrime data la bellezza della performance sonora proposta.
Amarga Navidad non è il suo film più compatto né il suo più struggente ma è forse il suo più vulnerabile e proprio per questo, nei suoi squilibri, conserva una forma di verità.
Amarga Navidad vi attende al cinema dal 21 maggio 2026 grazie a Warner Bros..
Regia: Pedro Almodóvar Sceneggiatura: Pedro Almodóvar Con: Bárbara Lennie, Leonardo Sbaraglia, Aitana Sánchez-Gijón, Victoria Luengo, Patrick Criado, Milena Smit e Quim Gutiérrez Anno: 2026 Durata: min Paese: Produzione: El Deseo Distribuzione: Warner Bros.