Carla Lonzi: Dentro e Fuori dal Mondo – Recensione del documentario di Francesca Archibugi presentato a Venezia 83

Carla Lonzi: Dentro e Fuori dal Mondo – Recensione del documentario di Francesca Archibugi presentato a Venezia 83

Carla Lonzi: Dentro e Fuori dal Mondo: presentato alla 83ª Mostra del cinema di Venezia all’interno delle Giornate degli Autori in sala per un evento speciale 26, 27 e 28 ottobre 2026 il documentario dedicato alla critica e femminista italiana.

Il titolo di questo documentario di Francesca Archibugi (che torna dopo il Colibrì e La Storia), dentro e fuori dal mondo, è già di per sè una dichiarazione di poetica. Dentro, perché la Lonzi partecipa intensamente alla cultura del proprio tempo, fuori, perché progressivamente rifiuta i codici attraverso i quali quella cultura pretende di definirla. È questa tensione a costituire il cuore del film, il percorso da critica d’arte riconosciuta a una delle voci più radicali del femminismo italiano non viene letto come una semplice conversione politica ma come una ricerca di libertà intellettuale.

Raccontare Carla Lonzi significa confrontarsi con una figura che ha fatto della sottrazione alle definizioni una forma di pensiero. La Archibugi affronta questa contraddizione scegliendo di non costruire semplicemente il ritratto di una militante femminista, ma di restituire la complessità di una donna che attraversò la critica d’arte, le relazioni, la scrittura e la politica fino a trasformare la propria esperienza personale in uno strumento di conoscenza. Carla Lonzi: Dentro e Fuori dal Mondo consente infatti di cogliere una continuità spesso sottovalutata nella vicenda della Lonzi, sia in quella tra la critica d’arte che in quella di femminista.

In Autoritratto aveva già messo in crisi il ruolo dell’autorità critica e la sua struttura asimmetrica di potere, spingendo gli artisti verso la possibilità di raccontarsi attraverso la propria voce. Successivamente, con Rivolta Femminile, esprime questa stessa esigenza dal territorio dell’arte a quello dell’identità rifiutando il ruolo maschile nel definire le donne, così come il critico non deve necessariamente imporsi sull’artista. in Sputiamo su Hegel Lonzi individua nella dialettica hegeliana servo-padrone un modello nel quale il conflitto e il riconoscimento passano comunque attraverso una struttura gerarchica. In La donna clitoridea e la donna vaginale la sessualità diventa così una questione filosofica prima ancora che politica. Chi definisce il piacere? Chi stabilisce quale sia la sessualità normale? Perché il corpo femminile dovrebbe essere interpretato attraverso il desiderio maschile? La riappropriazione del corpo diventa quindi riappropriazione del significato. Ed è forse questo il passaggio più interessante restituito dal film, la Lonzi non cambia semplicemente argomento nella sua produzione ma cambia il modo di concepire il potere nelle varie dimensioni della sua vita.

La dimensione documentaria acquista quindi un valore particolare. Archivi, fotografie, testimonianze e materiali del passato non servono soltanto a ricostruire un’epoca, ma diventano frammenti attraverso i quali ricomporre una personalità volutamente irriducibile. La Lonzi appare lontana dall’immagine rassicurante dell’intellettuale consegnata alla storia. Il suo pensiero è inquieto, contraddittorio, spesso provocatorio tanto quanto lo è stata la sua vita ed è proprio questa inquietudine a impedire che il film trasformi la sua protagonista in un’icona.

Al centro rimane il corpo. Non il corpo come semplice tema del femminismo, ma come luogo nel quale si incontrano identità, desiderio, potere e linguaggio. Quando la Lonzi parla della sessualità o dell’esperienza femminile non sta soltanto chiedendo una diversa rappresentazione della donna, sta mettendo in discussione chi abbia il diritto di stabilire il significato dell’esperienza. In questo senso questo è anche un film sulla difficoltà di appartenere. Lonzi appartiene alla cultura italiana e contemporaneamente se ne distacca, appartiene alla storia dell’arte e la contesta, appartiene al movimento femminista e ne mette continuamente in discussione le forme; appartiene alla propria epoca, ma molte delle sue domande sembrano rivolte direttamente al presente.

Il risultato più interessante del film sta dunque nel rifiuto di una celebrazione puramente commemorativa. Lonzi non viene presentata come un monumento ma come una presenza ancora capace di disturbare. La sua domanda fondamentale rimane aperta:

Come può una persona diventare veramente soggetto della propria esperienza quando le categorie attraverso cui si racconta sono state costruite da altri e quando la società ha già stabilito il significato della sua identità?

È questo il dilemma che attraversa la vicenda intellettuale della Lonzi e che il film porta al centro del racconto. Una questione apparentemente politica, ma in realtà profondamente filosofica, perché riguarda il rapporto tra io e mondo, libertà e identità, esperienza e linguaggio. Il film evidenzia efficacemente che l’autocoscienza non è soltanto una pratica militante, è una fenomenologia del sé. Un tentativo di comprendere come il soggetto faccia esperienza di se stesso prima che quella esperienza venga tradotta in categorie sociali.Una questione che supera il femminismo storico e investe il rapporto tra individuo, società e identità.

Per comprendere la radicalità di Lonzi è inevitabile il confronto con Simone de Beauvoir la quale ne Il secondo sesso aveva mostrato come la donna venga costruita come Altro rispetto all’uomo, assunto implicitamente come soggetto universale. La Lonzi raccoglie questa eredità, ma la porta oltre. Se la Beauvoir si interroga come si diventa donna? la Lonzi sembra chiedere chi ha il diritto di stabilire che cosa significhi essere donna?.

La Lonzi condivide con la Beauvoir la critica alla costruzione sociale della femminilità, mette però in discussione l’idea che la liberazione consista principalmente nell’ottenere per le donne ciò che gli uomini già possiedono. L’uomo non può essere il modello implicito dell’emancipazione femminile e questa è una differenza fondamentale. La liberazione non può consistere semplicemente nell’ingresso delle donne in una struttura sociale già esistente. Se quella struttura è stata costruita secondo categorie maschili, l’uguaglianza rischia di trasformarsi in assimilazione. Ed è probabilmente proprio qui che il film trova la sua ragione più profonda, non nel ricostruire semplicemente chi sia stata Carla Lonzi, ma nel mostrare perché la sua ricerca di una voce autonoma continui a interpellare lo spettatore contemporaneo. Oggi più che mai.

Carla Lonzi: dentro e fuori dal mondo vi aspetta al cinema il 26, 27 e 28 ottobre 2026 grazie a Fandango Distribuzione.

Regia: Francesca Archibugi con: Nanni Moretti, Maria Luisa Boccia, Suzanne Santoro Paese: Italia durata: 84 minuti Produzione: Fandango, Rai Cinema, Luce Cinecittà Distribuzione: Fandango Anno: 2026

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