Oasis: Don’t Look Back in Anger: diretto da Dylan Southern e Will Lovelace, in sala il documentario che narra la reunion degli Oasis e il tour Oasis Live ’25, che ha trasformato il ritorno sulle scene di Liam e Noel Gallagher in una sorta di rito collettivo. Presentato fuori concorso alla Mostra di Venezia 2026.
Ci sono reunion che appartengono alla cronaca e reunion che assumono, quasi inevitabilmente, la dimensione del mito. Quella degli Oasis appartiene alla seconda categoria. Poche band infatti sono riuscite a trasformare il proprio successo musicale in un vero e proprio fenomeno culturale, perchè si gli Oasis sono senza dubbio uno dei fenomeni più importanti e riconoscibili della musica britannica degli anni Novanta.
Nati a Manchester nel 1991 attorno ai fratelli Liam e Noel Gallagher, hanno trasformato il britpop in un fenomeno di portata internazionale, riportando il rock al centro della cultura popolare con una attitudine assolutamente personale, tanto semplice quanto dirompente. Canzoni immediate, melodie memorabili, chitarre potenti e un’immagine pubblica costruita sulla esplosiva personalità dei litigiosi fratelli Gallagher.
Il loro successo si inserisce nel fenomeno del Britpop di cui gli Oasis sono diventati rapidamente il volto più popolare, contrapponendosi idealmente ai Blur, in quella che i media trasformano nella celebre Battle of Britpop. Ma ridurre gli Oasis al Britpop sarebbe limitativo, il loro linguaggio musicale attinge alla tradizione dei Beatles, dei Rolling Stones, dei Sex Pistols e del rock britannico in generale, rielaborato attraverso una sensibilità contemporanea.
La separazione del 2009 sembrò chiudere definitivamente la storia di una band iconica eppure la musica degli Oasis continuò a vivere, dimostrando che il successo non si misura soltanto nei dischi venduti ma nella capacità delle sue canzoni di attraversare il tempo. In questo senso gli Oasis occupano un posto particolare nella storia della musica contemporanea. Non hanno inventato il rock né hanno rivoluzionato la sua grammatica musicale, la loro grandezza sta nell’aver trasformato una tradizione musicale in un linguaggio popolare universale.
Nel 2025 avviene l’inatteso per tutti coloro che hanno piano il loro scioglimento e non solo, viene annunciata una reunion e il relativo tour che infiamma generazioni di ex ventenni che si accalcano online per acquistare i biglietti in giro per l’europa. Dopo sedici anni di separazione, Liam e Noel Gallagher tornano insieme sul palco e il documentario sceglie di raccontare questo ritorno non come una semplice operazione nostalgia, ma come il fragile tentativo di ricomporre una storia musicale e umana rimasta per troppo tempo incompiuta. Oasis: Don’t Look Back in Anger è infatti, prima ancora che un documentario musicale, il racconto di una seconda possibilità.
Il titolo, naturalmente, è già una dichiarazione d’intenti. Don’t Look Back in Anger non significa soltanto non guardare indietro con rabbia, significa provare a fare i conti con ciò che è stato senza permettere al passato di avere l’ultima parola. Ed è proprio questa la vera materia del film. Non gli Oasis degli anni Novanta, ormai consegnati alla storia del rock, ma gli uomini che quei due ragazzi sono diventati dopo aver attraversato fama, conflitti, eccessi, separazioni e anni di silenzio.
La macchina da presa segue la reunion attraverso prove, backstage, concerti e intimi, alternando la dimensione monumentale degli stadi a quella sorprendentemente ordinaria della vita dietro le quinte. Il film dispone così di due anime, da una parte il gigantesco spettacolo del ritorno, dall’altra la dimensione quasi domestica di due fratelli che devono nuovamente imparare a stare nella stessa stanza. L’accesso alle prove e le prime interviste congiunte dei Gallagher dopo più di vent’anni costituiscono uno degli elementi più preziosi del documentario. Ma è soprattutto quando la musica esplode che Don’t Look Back in Anger trova la propria ragione cinematografica. Le immagini dei concerti non sono semplicemente una registrazione dello spettacolo, diventano il ritratto di una comunità che ha i suoi componenti in tutto il mondo. Gli Oasis smettono per qualche istante di essere soltanto una band e diventano un linguaggio condiviso.
È qui che il documentario supera il confine del film-concerto. Il vero protagonista non è soltanto il gruppo, ma il rapporto misterioso che si crea tra una canzone e la memoria di chi l’ascolta. Wonderwall, Live Forever, Don’t Look Back in Anger non sono più soltanto brani musicali, sono frammenti biografici. Per qualcuno appartengono all’adolescenza, per qualcun altro a un amore, a un’amicizia, a una perdita. Il film mostra con particolare efficacia come una canzone possa sopravvivere al proprio autore e diventare patrimonio emotivo di milioni di persone.
Naturalmente c’è anche Manchester che è un secondo protagonista. Una città che è quasi una presenza quasi mitologica, il luogo da cui tutto è partito e al quale, in qualche modo, gli Oasis continuano a appartenere. La parabola dei Gallagher conserva così qualcosa della favola proletaria del rock britannico, due fratelli provenienti da un contesto ordinario che diventano simboli di un’intera generazione.
Il rischio, come sempre in un’opera del genere, era quello di trasformare la reunion in una gigantesca celebrazione autoreferenziale e va detto che Il film non evita completamente la retorica ma la utilizza consapevolmente. Lacrime, cori, abbracci e primi piani appartengono a una grammatica sentimentale evidente; tuttavia, quando migliaia di persone intonano contemporaneamente una canzone, quella retorica diventa anche qualcosa di autentico. Il sentimento collettivo è reale, e il cinema non fa altro che amplificarlo.
La dimensione più interessante rimane però quella del rapporto fra Liam e Noel. Non occorre che i due fratelli trasformino il film in una confessione psicologica, basta la loro presenza fatta di un carisma difficilmente esprimibile a parole, basta osservare i silenzi, le battute, le esitazioni, i momenti in cui sembrano nuovamente ritrovare un’intesa. Dopo anni in cui il conflitto è stato parte integrante della mitologia degli Oasis, la semplice possibilità di condividere ancora un palco assume il valore di una piccola rivoluzione privata. In questo senso Don’t Look Back in Anger è un film sulla riconciliazione molto più che sulla nostalgia. Il passato non viene cancellato e nemmeno idealizzato, viene attraversato per arrivare a un presente possibile. È forse questa la ragione per cui il documentario riesce a parlare anche a chi non è mai stato un fan degli Oasis, sotto la superficie del rock’n’roll racconta qualcosa di universale, il desiderio umano di recuperare ciò che sembrava perduto.
Alla fine rimane soprattutto la sensazione di aver assistito non alla resurrezione degli Oasis ma alla trasformazione della loro leggenda. Negli anni Novanta erano il simbolo della giovinezza, dell’arroganza e dell’idea che il rock potesse conquistare il mondo. Oggi sono qualcosa di diverso, il simbolo del tempo che passa e della possibilità, talvolta, di tornare indietro senza essere più quelli di prima.
Don’t Look Back in Anger non racconta dunque semplicemente il ritorno degli Oasis. Racconta il momento in cui una generazione torna a incontrare se stessa attraverso le proprie canzoni. E quando le prime note risuonano e un’intera platea comincia a cantare, il film trova la sua immagine più potente. Il passato non è più una ferita, ma una voce che continua a farsi sentire.
Un film-concerto emozionale e spettacolare, capace di trasformare una reunion rock in una storia universale di memoria, tempo e riconciliazione.
Oasis: Don’t Look Back in Anger nei cinema italiani dal 10 settembre.
Regia: Will Lovelace, Dylan Southern Sceneggiatura: Steven Knight Paese: UK Durata: 123 minuti Musiche: Zebedee Budworth Produzione: Walt Disney Pictures, Magna Studios, Sony Music Vision, Sony Music Entertainment UK Distribuzione: The Walt Disney Company Italia