Train to Busan – Recensione del film di culto di Yeon Sang-ho per la prima volta nei cinema italiani

Train to Busan – Recensione del film di culto di Yeon Sang-ho per la prima volta nei cinema italiani

Train to Busan: il film di culto di Yeon Sang-ho per la prima volta nei cinema italiani dal 2 settembre, a dieci anni dalla sua uscita. Una occasione per riscoprire su grande schermo una gemma del cinema coreano che ha ridefinito il genere zombie nell’ultimo decennio.

Una notizia che farà felici gli appassionati di horror, il film coreano di culto Train to Busan arriverà per la prima volta nelle sale italiane in versione restaurata 4k grazie a BIM Distribuzione e Tucker Film. Una opera che, pur essendo diventato negli anni un vero e proprio cult globale, non aveva mai varcato le sale del nostro paese nonostante la presentazione in anteprima mondiale al Festival di Cannes 2016 nella sezione Midnight Screenings. Un autentico fenomeno internazionale, cha ha conquistato pubblico e critica attraverso premi e candidature in oltre cinquanta festival.

Nessun mostro cinematografico è stato piegato a così tante letture sociologiche quanto lo zombie. A differenza del vampiro (aristocratico, seduttivo) o del licantropo (bestia interiore), lo zombie è una massa anonima, priva di individualità ed è proprio questa vacuità a renderlo un contenitore perfetto per le ansie collettive di ogni epoca. Una figura che nasce dal folklore haitiano, legato al vudù e alla paura della schiavitù perfetta per rappresentare un corpo privato della volontà, costretto al lavoro forzato anche dopo la morte. Già qui il sottotesto è politico, il vero orrore non è morire ma perdere l’autonomia del proprio corpo, è tuttavia nel contesto cinematografico che questo archetipo prende una forza universale.

Da George A. Romero, che con La notte dei morti viventi (1968) inventa il genere e lo salda per sempre alla critica sociale americana con gli zombie vagano tra le vetrine per pura inerzia replicando i gesti della vita consumistica anche da morti, a Lucio Fulci, che porta lo zombie verso un territorio più viscerale e onirico influenzando l’estetica gore che permeerà il genere per decenni, a Danny Boyle e Edgar Wright che attualizzano questo topos cinematografico con tematiche apocalittiche il primo e sociali il secondo i cui personaggi non si accorgono nemmeno dell’apocalisse zombie perché la loro vita quotidiana era già anestetizzata quanto quella dei non-morti.

In buona sostanza una figura simbolica talmente potente da prestarsi a rappresentare numerevoli paure collettive tra le quali il contagio come ansia collettiva (epidemie, guerra batteriologica, pandemie), La massa informe come paura della perdita d’identità, Il collasso delle istituzioni (governo, esercito, media che falliscono sistematicamente), la critica di classe (gli zombie come proletariato o sottoproletariato che assedia le élite, lettura esplicita in Romero e Bong Joon-ho pur fuori dal genere zombie in senso stretto).

In questo contesto Yeon Sang-ho nel 2016 con Train to Busan si innesta sul genere zombie elaborando narrativamente l’ansia sudcoreana per il collasso delle strutture sociali (famiglia, classe, solidarietà) sotto la pressione di un capitalismo spietato di cui la nazione è un fiero alfiere. Animatore di formazione al suo primo film dal vivo, dimostra che il genere zombie può ancora sorprendere quando si prende sul serio. Yeon Sang-ho prende infatti un genere apparentemente logoro e lo trasforma in un thriller claustrofobico, frenetico e sorprendentemente emotivo. Il treno che attraversa la Corea del Sud diventa un microcosmo in movimento, una società in miniatura nella quale, mentre il mondo esterno precipita nel caos, emergono con brutalità le diverse nature dell’essere umano.

La premessa è di una semplicità quasi didascalica. Un padre distante, Seok-woo, accompagna la figlioletta Su-an a Busan per farla stare con la madre, proprio mentre un’epidemia esplode a bordo del treno KTX. Ma è proprio questa cornice claustrofobica, i vagoni come compartimenti stagni di un’umanità in decomposizione, a rendere il film una macchina di tensione quasi perfetta. La forza del film sta infatti nella sua capacità di trasformare uno spazio quotidiano in una macchina narrativa perfetta. I vagoni del treno, stretti e interconnessi, obbligano i personaggi a confrontarsi continuamente con il pericolo. Non esiste una vera via di fuga, ogni porta può rappresentare una salvezza o una condanna, ogni carrozza un nuovo territorio da conquistare. Yeon Sang-ho sfrutta magistralmente questa struttura, costruendo sequenze d’azione di grande energia e facendo del movimento stesso del treno una componente essenziale della tensione.

I meriti tecnici di Train to Busan sono innegabili. La coreografia degli infetti fatta di corpi che si spezzano, si accavallano, si muovono a scatti innaturali ha una fisicità che il CGI odierno raramente raggiunge con altrettanta convinzione. Il montaggio serra la vite senza concedere respiro, e la regia sfrutta lo spazio ristretto del treno con un’intelligenza spaziale che ricorda i migliori survival horror. Gli zombie sono veloci, aggressivi, quasi animaleschi. Ma ciò che rende davvero inquietante la loro presenza non è soltanto la violenza fisica: è la rapidità con cui il contagio dissolve ogni forma di ordine sociale. In pochi minuti le regole della normalità vengono cancellate e i passeggeri sono costretti a scegliere tra solidarietà e individualismo, sacrificio e sopravvivenza.

Il vero colpo di genio, però, è emotivo più che action. Yeon capisce che il vero mostro non sono gli infetti, ma la miopia borghese fatta di egoismo e vanità. Quando il film stringe sul rapporto padre-figlia nel terzo atto, la struttura action cede il passo al melodramma che alcuni troveranno manipolatorio, altri devastante. Io propendo per la seconda sebbene non si possa sentire in sottofondo il peso culturale del collettivismo asiatico.

Train to Busan funziona dunque su più livelli. È un efficace film di zombie, un thriller ad altissima tensione e soprattutto un dramma umano capace di utilizzare le convenzioni dell’horror per parlare della fragilità dei rapporti sociali. Il treno corre verso una possibile salvezza, ma il vero viaggio è quello compiuto dai suoi passeggeri dentro la paura.

Robusto, viscerale, e sorprendentemente capace di far commuovere chi si aspettava solo di avere paura nel quale la vera domanda non è soltanto chi riuscirà a sopravvivere, ma quale idea di umanità arriverà a destinazione.

Train to Busan per la prima volta nei cinema italiani il 2 settembre 2026.

Regia: Yeon Sang-ho Sceneggiatura: Yeon Sang-ho Con: Gong Yoo, Dong-seok Ma, Jung Yu-mi, Choi Woo-Sik, Sohee Produzione: Next Entertainment World, RedPeter Film Durata:158 minuti Anno: 2016 Paese: Corea del Sud DistribuzioneBiM Distribuzione

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