Backrooms – Recensione del Film Horror con Chiwetel Ejiofor e Renate Reinsve

Backrooms – Recensione del Film Horror con Chiwetel Ejiofor e Renate Reinsve

Backrooms: arriva in sala l’horror che trasforma una delle creepypasta più celebri del web in un’esperienza visiva inquietante e immersiva.

Backrooms è il raro caso in cui un fenomeno nato su Internet riesce a trasformarsi in vero cinema senza perdere la propria identità. Kane Parsons, già autore della celebre webserie che ha terrorizzato milioni di utenti su YouTube, costruisce un horror che non punta sul semplice jumpscare ma su qualcosa di molto più disturbante, la paura dello vuoto.

Senza dubbio Backrooms è una di quelle pellicole che si presta bene a diversi piani interpretativi. In primo luogo il film può essere infatti letto come una metafora dell’alienazione contemporanea e della crisi dell’identità nell’era digitale. Una prima accezione che ben si presta ad rappresentare la solitudine digitale, fatta di ripetizioni alienanti di spazi asettici e di quella sottile sensazione di vivere intrappolati in ambienti senz’anima. Un horror esistenziale, più vicino all’angoscia astratta all’alienazione di Severance che ai classici del cinema dell’orrore commerciale e che si colloca temporalmente in quei primi anni 90 che hanno visto gli esordi della digitalizzazione che poi avrebbe deflagrato nel giro di pochissimo nelle vite di tutti noi.

In seconda battuta però Backrooms può essere visto forse più appropiatamente come un terrificante viaggio dentro l’inconscio umano. Impossibile infatti non cogliere nei terrificanti sotterranei rappresentati la rappresentazione simbolica di tutto ciò che è rimosso dallo stato di coscienza umana. Una labirinto mentale in cui ricordi, paure e traumi prendono forma attraverso spazi infiniti e privi di logica. Le Backrooms non sembrano infatti semplicemente un luogo fisico ma una dimensione psichica, un territorio nascosto della mente in cui il protagonista è costretto a confrontarsi con ciò che normalmente resta sepolto sotto la coltre della coscienza. Dietro l’apparenza di horror surreale, il film mette in scena uno spazio infinito e impersonale che riflette una condizione psicologica precisa, quella di chi si sente intrappolato in una realtà priva di punti di riferimento, dove il tempo perde significato e ogni uscita sembra impossibile da raggiungere.

Non a caso i protagonisti della pellicola sono legati da una relazione terapeutica ed entrambi devono fare continuamente i conti con tutto ciò che la coscienza ha rimosso per consentire la prosecuzione di una vita quantomeno accettabile. Molti hanno intrapreso l’ardua strada della rappresentazione simbolica della ricchezza dell’inconscio, fra tutti come non citare le poetiche visioni dello stesso nate dalla penna di Charlie Kaufman prima in Essere John Malkovich e poi nel meraviglioso Sto Pensando di Finirla Qui Kane Parsons sceglie invece una rappresentazione dell’inconscio totalmente sinistra, le creature che abitano le Backrooms sono mostri non definiti, ma presenze indistinte, quasi incomplete, proprio come i contenuti dell’inconscio che emergono in forma deformata nei sogni o negli incubi. Una suggestione che suggerisce che il vero orrore non sia ciò che si nasconde nei corridoi, ma ciò che la mente nasconde a sé stessa.

Il film lavora sulla paura della dissoluzione dell’io dei personaggi che non combattono soltanto contro creature misteriose, ma contro la perdita progressiva della propria identità e della percezione del reale. L’assenza di finestre, di natura e di riferimenti temporali crea una devastante sensazione di sospensione che richiama stati depressivi e dissociativi, come se i protagonisti fossero intrappolati dentro una mente incapace di distinguere memoria, sogno e realtà e dove il concetto di orientamento smette lentamente di avere senso. Anche il silenzio gioca un ruolo fondamentale, tagliato solo a tratti da rumori elettrici, passi lontani e echi indefiniti che amplificano il senso di paranoia. In questo senso, Backrooms può essere visto non è soltanto un horror sull’ignoto, ma una riflessione sul vuoto esistenziale e sulla paura più universale di tutte, quella di perdersi dentro sé stessi senza riuscire più a tornare indietro.

La regia colpisce per maturità visiva, Parsons utilizza il linguaggio del found footage e dell’estetica analogica non come strumento di nostalgia sterile, ma come grimaldello per evocare una sensazione costante di alienazione. La macchina da presa sembra smarrita insieme ai personaggi, intrappolata in un universo che appare reale e irreale allo stesso tempo. L’enorme set costruito per il film, oltre 30.000 piedi quadrati di Backrooms reali, contribuisce a dare concretezza a quell’incubo geometrico che sul web sembrava impossibile da materializzare sul grande schermo.

Il cast, guidato da Chiwetel Ejiofor e Renate Reinsve, lavora più sulle tensioni emotive che sull’azione, accentuando quel senso di vuoto e isolamento che attraversa l’intera pellicola. La sceneggiatura rifugge qualsiasi forma di spiegazione e lascia volutamente molte domande aperte. Una scelta che potrà dividere il pubblico, ma che rispetta perfettamente la natura enigmatica del mito originale delle Backrooms.

Il risultato è un’esperienza ipnotica e opprimente, un horror che non cerca di spaventare soltanto durante la visione, ma di insinuarsi lentamente nella mente dello spettatore, un incubo digitale trasformato in cinema. E proprio per questo funziona così bene.

Backrooms vi aspetta al cinema da 27 Maggio 2026 grazie a I Wonder Pictures.

Regia: Kane Parsons Sceneggiatura: Will Soodik ConChiwetel Ejiofor, Renate Reinsve Anno: 2026 Durata: 110 min Paese: USA ProduzioneA24Chernin EntertainmentAtomic Monster e 21 Laps Entertainment DistribuzioneI Wonder Pictures

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